Corigliano rende omaggio alla Madonna del Carmine e attende la riapertura dell’antico Complesso

Oggi, 16 luglio, ricorre la festivita' della Madonna del Carmine, così cara alla fede e alla devozione popolare e al fervore religioso della comunita' coriglianese. Storia affascinante e interessanti curiosità aleggiano su un luogo che attende di essere restituito, dopo un trentennio, alla piena fruibilità della cittadinanza.

Dalla lavorazione della liquirizia alla manipolazione dell’argilla e dei tessuti, fino alla trasformazione dei prodotti della terra. Un glorioso passato ha animato, nei secoli, il Complesso del Carmine, tra le testimonianze storico-artistiche dell’area urbana di Corigliano di maggior pregio e interesse religioso e culturale. Un passato bruscamente interrotto nei primi decenni del ‘900, con la crescita economica e la costruzione dei nuovi quartieri della città, portando i residenti del luogo all’abbandono delle attività e alla vendita degli edifici, causando il decadimento e l’incuria degli stessi.
Ma c’è una storia affascinante pur se dal triste finale, annessa alla Chiesa del Carmine, dedicata alla Santissima Annunziata e consacrata nel 1496 presso il Convento dei Carmelitani. Riguarda l’Antica Fabbrica dei Panni, situata sulla sinistra del Convento e che avviò la sua attività nel 1749 su iniziativa di Giacomo Saluzzo, duca di Corigliano; il quale, ormai accreditatosi come ottimo imprenditore, nel 1748 decise di concretizzare un suo vecchio progetto per la valorizzazione della lana dei suoi allevamenti, che già esportava specialmente in Liguria e Veneto per mezzo di velieri dalla Marina di Schiavonea. Dopo avere speso ben 9162 ducati per l’acquisto delle caldaie di rame ed altri 1749 per le macchine, l’anno dopo la Fabbrica aprì i battenti. La produzione dei panni di lana si rivelò di eccellente qualità, ma dopo le prime, stimolanti vendite a Cosenza, Napoli e Taranto, la domanda subì una brusca caduta e già nel 1750 le giacenze dell’invenduto erano considerevoli.
Inoltre, come racconta il compianto prof. Giuseppe Franzè, “sempre alla ricerca di manodopera sempre più qualificata, furono fatte nuove assunzioni facendo lievitare a ben 430 ducati la spesa per salari e trasporti con un forte aggravio rispetto alla previsione di una media annua di 290 ducati. Nel 1753 fu incaricato un tecnico napoletano per la redazione di un piano di spesa per il rilancio della produzione, ma quando fu presentato per ottenere i prestiti previsti, la Banca Agraria di Napoli ritenne esose le previsioni di spesa e la Fabbrica chiuse subito dopo, nel 1754. Prima nel 1848 e poi nel 1852, il Barone Compagna pensò di rilanciare l’antica Fabbrica dei Panni, ma il progetto fu scoraggiato dall’architetto Bartholini, dopo avere accertato che occorreva una spesa molto cospicua per realizzare ex novo l’impianto produttivo e che non era facilmente reperibile la manodopera specializzata”.
Ma la storia non finisce qui. L’impianto fu rilanciato nel 1951 dall’avvocato Angelo Pisani, tra notevoli difficoltà ed elevati costi di produzione. Nel 1952 fu assunto il giovane perito tessile Franco Mastrocchi di Prato, che abitò in una pensione situata in via Barnaba Abenante, il quale si rese subito conto che gli impianti erano osboleti, l’automazione era molto ridotta ed i costi erano destinati a lievitare celermente. Il Mastrocchi, che si era molto appassionato al rilancio della Fabbrica, si mise alla ricerca di un negozio di abbigliamento per l’esposizione dei tessuti prodotti, ma senza fortuna. Allora ritornò a Prato e l’Antica Fabbrica dei Panni del Carmine chiuse per sempre.
Vicenda e aneddoti che contribuiscono a rendere ancor più caratteristica la visione odierna di scrigni di memoria incastonati nel borgo antico cittadino, tra i quali il Complesso del Carmine e la sua fiorente vita del tempo che fu. Un luogo-simbolo della città che attende di essere recuperato e valorizzato, e di qui l’appello che si muove all’indirizzo dell’Amministrazione comunale e di tutte le altre istituzioni coinvolte affinché tale agognato “sogno” diventi tangibile realtà.
Fabio Pistoia
 

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